Introduzione – Quando pensare diventa faticoso
Negli ultimi mesi mi sto facendo una domanda che mi accompagna sempre più spesso, quasi come un rumore di fondo: il pensiero critico sta morendo?
E se sì, non per mancanza di intelligenza, ma per mancanza di allenamento?
Viviamo in un tempo che chiede velocità, sintesi, reazioni immediate. Uno spazio in cui chi prova ad approfondire viene spesso etichettato come lento, complesso, complicato.
Eppure, nel mio lavoro di profiler, il pensiero critico non è un optional: è una competenza centrale, una delle più richieste dalle aziende oggi, una delle più fragili.
Il rischio che intravedo è questo: se non alleniamo il cervello a pensare in profondità, sarà il cervello stesso a smettere di chiederlo.
Il segnale d’allarme di Paolo Crepet
Paolo Crepet, in un intervento di qualche anno fa all’Istituto di Biochimica dell’Università di Padova, non fece sconti su questo tema, che oggi conserva una sorprendente attualità.
“Lo sapete qual è la frase che mi sento ripetere più spesso dai professori universitari?
Gli studenti non ce la fanno più a leggere”.
Non era una battuta, ma un segnale. Qualcosa che riguardava non solo gli studenti, ma tutti noi.
Crepet fu diretto: “Leggere richiede tempo, e oggi il tempo si misura in scroll, non in profondità. Quando dopo una pagina ci distraiamo, significa che la parte del cervello deputata alla concentrazione si è addormentata.
Non per pigrizia, ma per mancanza di allenamento.
Abbiamo allenato l’intuizione rapida, la risposta immediata, l’efficienza. E ora ci ritroviamo con il fiatone davanti a un testo lungo.
Chi propone complessità viene visto come “poco comunicativo”, invece di essere riconosciuto come profondo.
Il pensiero critico, dice Crepet, non si eredita: si costruisce. Richiede fatica, confronto, tempo.
Ma oggi la fatica è vista come un problema da evitare, non come una soglia da attraversare”.
“Abbiamo scambiato il benessere per anestesia.
La libertà per comodità.”
“Il cervello è un muscolo: se non lo usi, si indebolisce.
Se non leggi, non capisci.
Se non scrivi, non pensi.
E se non pensi… ti accontenti”.
Il capitale semantico è ciò che ci rende umani
Luciano Floridi, tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea, ha coniato un’espressione che considero una chiave fondamentale per il nostro tempo: capitale semantico.
“La canzone che ascoltavi da adolescente, una lezione di geografia, un ricordo, un libro, una Madeleine di Proust: tutto questo costruisce un patrimonio invisibile che ti permette di dare senso al mondo.
In un’epoca dominata dall’Intelligenza Artificiale, il capitale semantico diventa ciò che ci rende insostituibili.
È la ricchezza di esperienze, conoscenze, storie che non solo ci fa capire il mondo, ma ci permette di orientare la nostra esistenza”.
La parola “capitale”, non a caso, indica un valore che dà valore.
Quando il cervello cambia (anche il mio?)
Leggo queste riflessioni con piacere e con un certo stupore. E provo a portare la mia esperienza.
Da mesi vivo una sensazione nuova: inizio un libro, un articolo cartaceo, e mi fermo.
Sintetizzo. Riassumo. Salto avanti perché “ho già capito”.
Sto adottando forme di sopravvivenza intellettiva, di resistenza letteraria, per tenere allenato il cervello.
Perché sì, lo sento.
Qualcosa sta tentando di mutare il mio cervello.
Respinge le cose lunghe. Si abitua alla brevità.
È solo un sovraccarico? Troppe informazioni? O è un adattamento silenzioso?
Eppure sono io. Paolo. Il profiler. Il formatore. Quello che vive di contenuti.
Ho scritto un libro un anno fa. (Clicca qui)
E allora mi chiedo: se succede a me, cosa accade a chi ha meno strumenti?
Se io sento la mutazione, gli altri se ne accorgono? O la subiscono senza saperlo?
I miei allenatori del pensiero critico
Ripenso ai miei maestri. Ne ho avuti tanti, ma due professoresse hanno lasciato un segno indelebile.
La professoressa Barresi di Educazione Civica.
La professoressa Bondardo di Italiano.
Siamo nel 1977, a Verona. Anni complessi, intensi, esplosivi.
La prof Bondardo aveva creato in classe l’angolo della lettura critica: ogni settimana una notizia, cinque giornali, cinque orientamenti politici.
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Corriere della Sera
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La Repubblica
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Il Secolo d’Italia
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Il Popolo
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L’Unità
La stessa notizia, cinque punti di vista.
Un allenamento continuo. Un pilastro del mio pensiero critico.
La musica come palestra di pensiero
Durante Educazione Civica, un giorno la prof Barresi arrivò in classe con un giradischi, un libro e un disco.
Era Non al denaro non all’amore né al cielo di Fabrizio De André, ispirato alla Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters.
Ascoltammo, leggemmo, confrontammo.
Le poesie originali e la loro trasformazione musicale.
Profondità, politica, attualità. Bellezza pura.
Poi arrivò con un altro disco, Hurricane di Bob Dylan: articoli, traduzioni, discussioni sul razzismo e sulla giustizia.
Avevamo 13 anni. E stavamo pensando.
Ora lo capisco. Non abbiamo avuto solo insegnanti.
Abbiamo avuto allenatori del pensiero critico.
La Danimarca e la marcia indietro digitale
Oggi qualcosa si muove. La Danimarca ha rivisto radicalmente la scuola digitale.
Dopo anni di tablet e smartphone, tornano libri, quaderni, penne.
Non per nostalgia, ma per esperienza.
Troppo schermo, pochi esseri umani.
Troppa solitudine, pochi benefici.
La tecnologia resta, ma sotto controllo.
Non più “tutto o niente”, ma uso consapevole.
Resistere è ancora possibile
Il messaggio non è demonizzare la tecnologia, ma non farsi usare dagli strumenti.
Allenare il pensiero critico è l’unica vera competenza che le macchine non potranno rubarci.
Ma a una condizione: tenerlo allenato.
La scuola deve tornare ad avere maestri.
Ma ognuno di noi può fare la sua parte.
Una su tutte: non smettere mai di leggere.
Cercare la profondità, non la comoda scorciatoia.
Confrontarsi. Discutere. Farsi un’idea.
Non subirla.
E tu quali forme di resistenza stai adottando? Se ti va contribuisci all’allenamento del pensiero critico lasciando un commento a questo articolo o girandolo a qualcuno che ti sta a cuore.
Grazie Paolo.
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Caro Paolo, analisi impeccabile. Hai centrato il punto: siamo di fronte a una vera atrofia cognitiva. Il nostro cervello è pigro per natura e, se nutrito a colpi di scroll, finisce per disimparare lo sforzo della comprensione profonda. Ci siamo ridotti a inseguire la dopamina immediata, perdendo per strada la capacità di concentrazione. Un bel problema.
Grazie Fulvia. Sì, è un declino, al momento lento e inesorabile. Sono tanti già gli esempi di collaboratori nelle aziende ma penso anche agli studenti che incontro che hanno smesso, di fatto, di studiare. Invece, di utilizzare gli strumenti di intelligenza artificiale come supporto, hanno scelto per comodità e scorciatoia di “farsi sostituire” nel processo creativo che dovrebbe restare sempre nelle nostre mani. Cosa comporterà questo, lo scopriremo tra anni; intanto i primi segnali di un cambiamento comportamentale e di una mutazione del nostro cervello sono evidenti.
Spero si apra un dibattito sempre più ampio su questi aspetti, nel mio piccolo ho, intanto, lasciato un sasso. Grazie per averne lanciato uno anche tu, a presto Paolo