Tempo stimato di lettura: 7 minuti

Ci sono mattine che non si limitano ad accadere. Restano per sempre con me e negli occhi dei bambini, nelle loro domande improvvise, nei disegni che arrivano il giorno dopo, nei silenzi pieni di attenzione e in quelle parole spontanee che escono quando una storia riesce a toccare qualcosa di vero.

Giovedì 28 maggio 2026 ho avuto la gioia di portare La Quercia d’Oro e le creature del bosco magico all’interno delle Scuole Farlottine San Domenico di Bologna, incontrando due classi terze della scuola primaria. È stata una mattinata semplice nella sua struttura, ma profondissima nel suo significato: una lettura di favole in classe, un dialogo aperto con i bambini, un viaggio dentro il bosco per affrontare tematiche come la resilienza, le emozioni, la paura, il coraggio, l’insicurezza e il bullismo.

Un’esperienza che mi ha confermato, ancora una volta, quanto le favole possano diventare strumenti educativi potenti, capaci di parlare ai bambini senza forzature, senza prediche e senza distanze.

Il format della mattinata: due classi, tre favole, tante domande

L’incontro si è svolto in due momenti distinti, prima dalle 10.30 alle 11.30 e poi dalle 11.30 alle 12.30, coinvolgendo due classi terze delle Farlottine San Domenico.

In entrambe le classi ho aperto l’incontro con una breve introduzione personale, raccontando ai bambini la mia vera esperienza nel bosco: quell’incontro reale, silenzioso e profondamente ispirante che ha dato origine al libro La Quercia d’Oro e le creature del bosco magico.

Ho raccontato loro della quercia, del bosco, del silenzio, di quella sensazione speciale che nasce quando la natura smette di essere solo un luogo e diventa quasi una presenza. Da lì è iniziato il viaggio nelle favole.

Con me c’era Dalila Azzaloni, una piccola fan di dieci anni che mi segue fin dalla prima presentazione del libro e che, in qualche modo, non mi ha più lasciato. Dalila ha letto in entrambe le classi la favola di Zampino, il gatto cieco che volava fra gli alberi, regalando ai bambini una lettura dolce, autentica e molto partecipata.

Accanto a noi c’erano anche due amiche volontarie, Tiziana Musi e Carla Albonetti, ex maestre che hanno letto e apprezzato il libro e che si sono offerte di portare la loro voce dentro questa esperienza. Una ha letto la favola di Alato, il coleottero che aveva paura di sbagliare, l’altra quella di Solino, il girasole insicuro.

Tre favole diverse, tre personaggi diversi, tre modi delicati per parlare ai bambini di temi molto vicini alla loro vita quotidiana.

Zampino, Alato e Solino: personaggi fragili, ma pieni di talenti

Ogni favola letta in classe ha aperto una piccola porta.

Zampino, il gatto cieco che vola fra gli alberi, ha portato con sé il tema della fragilità che non impedisce il coraggio. Una storia che parla di resilienza, fiducia e capacità di trovare strade nuove anche quando la vita sembra toglierti qualcosa. Con delicatezza, aggiungerei, abbiamo affrontato il tema della diversità.

Alato, il coleottero che ha paura di sbagliare, ha permesso di affrontare un tema molto delicato: la paura di non farcela, il timore del giudizio, il peso di essere presi in giro. Nel racconto, Alato viene deriso da due porcospini, Ghianda e Aculeo, perché ha paura di volare. È un passaggio scritto con delicatezza, ma i bambini lo hanno percepito con grande chiarezza.

Solino, il girasole insicuro, ha invece aperto il tema dell’autostima, del confronto con gli altri e della difficoltà di riconoscere il proprio valore.

Alato

Il coleottero Alato disegnato dai bambini delle scuole Farlottine di Bologna

In fondo, le favole funzionano proprio perché non dicono ai bambini cosa devono pensare. Offrono immagini, personaggi, situazioni. Poi sono loro, con la loro sensibilità, a riconoscersi, a fare domande, a collegare la storia alla propria esperienza.

Le domande dei bambini: quando l’immaginazione prende la parola

Uno dei momenti più belli della mattinata è stato il dialogo con i bambini. Le loro domande sono arrivate a me una dopo l’altra, spontanee, curiose, imprevedibili, a volte divertenti, a volte profondissime.

“Ma quanto è alta la Quercia d’Oro?”
“Quanto è largo il tronco?”
“Ma tu Zampino l’hai conosciuto davvero?”
“Di che colore era?”
“Era grande?”
“È vero che si lanciava sulla macchina del suo padrone quando la sentiva arrivare?”

In quelle domande c’era tutto: immaginazione, bisogno di concretezza, desiderio di entrare davvero dentro la storia. I bambini non stavano semplicemente ascoltando una favola. Stavano costruendo un mondo tutto loro.

Zampino

Zampino il gatto cieco che volava tra gli alberi nella immaginazione dei bambini delle scuole Farlottine

E questa, forse, è una delle magie più grandi della lettura in classe: quando una storia accende la fantasia, ogni bambino sente il bisogno di aggiungere un dettaglio, di fare una domanda, di verificare se quel personaggio esiste davvero, se quel bosco è davvero esistito, se quella quercia si può toccare, vedere, misurare.

La favola smette di essere un testo e diventa esperienza.

Parlare di bullismo attraverso una favola

Uno dei passaggi più intensi è nato dalla favola di Alato.

Nel racconto, il piccolo coleottero viene preso in giro dai porcospini perché ha paura di volare. I bambini hanno colto immediatamente il tema della derisione. Hanno capito che dietro quelle battute, dietro quelle prese in giro, c’era qualcosa che poteva fare male.

Da lì si è aperto un dialogo molto vero.

Qualcuno ha raccontato di sentirsi preso in giro da qualche compagno. Qualcuno ha ascoltato in silenzio. Qualcuno ha osservato la scena della favola come se parlasse anche della vita reale.

Alato che cade dall'albero

Il coleottero Alato dei bambini delle scuole Farlottine

È stato uno di quei momenti in cui capisci che la letteratura per bambini, quando è rispettosa e ben accompagnata, può diventare uno spazio educativo prezioso. Non serve forzare. Non serve moralizzare. Basta lasciare che la storia faccia il suo lavoro.

Una favola permette di parlare di bullismo senza puntare il dito. Permette di dire: “Anche io, qualche volta, mi sono sentito così”.

Ed è proprio in quel momento che la lettura diventa educazione emotiva. In quel momento ho sentito che il mio libro aveva realizzato uno degli scopi più alti che potessi desiderare.

Il bosco come maestro silenzioso: il rispetto della natura si educa fin da piccoli

Durante la mattinata abbiamo parlato anche del bosco, della natura e del rispetto.

Nel mondo de La Quercia d’Oro, il bosco non è mai soltanto uno sfondo. È un luogo vivo. È uno spazio che custodisce regole, silenzi, presenze, fragilità e meraviglie.

Con i bambini abbiamo parlato del rispetto del silenzio nel bosco, delle regole della natura, dell’importanza di osservare senza disturbare, ascoltare senza invadere, camminare con attenzione dentro un ambiente che non appartiene solo a noi.

In un tempo in cui tutto corre, tutto suona, tutto chiede attenzione immediata, il bosco diventa un maestro diverso. Non urla, non spiega, non impone. Il bosco insegna attraverso la presenza.

Ho raccontato delle mie regole per entrare nel bosco partendo dalla prima che mi sono dato: sentirmi ospite quando entro nel bosco, immaginare che tutte le creature del libro sono lì, da qualche parte, nascoste e non le debba disturbare.

Portare questo messaggio in una classe significa aiutare i bambini a ritrovare un rapporto più delicato con la natura, ma anche con se stessi.

I disegni del giorno dopo: quando una storia rimane

Il giorno dopo l’incontro, i bambini hanno realizzato tanti disegni ispirati alle favole ascoltate.

Hanno disegnato Zampino, Alato, Solino, la Quercia d’Oro, il bosco, i personaggi che li avevano colpiti di più. Ed è stata forse questa la restituzione più bella.

Quando un bambino disegna una storia, significa che quella storia è rimasta dentro.
Non è passata soltanto dalle orecchie. È arrivata agli occhi, alle mani, alla fantasia.

Il disegno diventa una forma di rielaborazione emotiva. È il modo con cui il bambino restituisce ciò che ha compreso, ciò che ha sentito, ciò che lo ha colpito. A volte un disegno dice più di tante parole, perché mostra quali immagini sono rimaste vive nella mente.

Per me, vedere quei disegni è stato come ricevere una risposta silenziosa: le favole avevano fatto il loro viaggio.

Le favole come strumento educativo nella scuola primaria

Questa esperienza alle Farlottine San Domenico mi ha confermato una convinzione profonda: le favole possono essere uno strumento educativo straordinario nella scuola primaria.

Attraverso una storia si può parlare di emozioni complesse con un linguaggio semplice. Si può affrontare il tema della paura di sbagliare, dell’insicurezza, della diversità, della fragilità, della derisione, del coraggio e della fiducia senza trasformare tutto in una lezione frontale.

La favola non dice al bambino: “Devi essere coraggioso”.
Gli mostra un piccolo personaggio che ha paura e che, passo dopo passo, trova il suo modo per attraversarla.

Non dice: “Non devi prendere in giro gli altri”.
Mostra cosa succede quando qualcuno viene deriso e quanto quel gesto possa pesare.

Non dice: “Devi credere in te stesso”.
Racconta di un girasole insicuro che impara lentamente a riconoscere la propria luce.

È questa la forza educativa delle storie: non impongono una morale dall’alto, ma creano uno spazio in cui ogni bambino può arrivare alla propria comprensione.

Un format da portare in altre scuole

La mattinata alle Farlottine San Domenico è stata anche la conferma di un format che desidero continuare a proporre in altre scuole. Il percorso può essere semplice, ma molto efficace:

  1. una breve introduzione narrativa sull’origine del libro e sull’esperienza reale nel bosco;
  2. la lettura di una o più favole selezionate in base ai temi educativi da affrontare;
  3. un dialogo aperto con i bambini, lasciando spazio alle loro domande e alle loro emozioni;
  4. un’attività successiva guidata dalle insegnanti, attraverso disegni, giochi, esercizi o momenti di rielaborazione;
  5. una restituzione finale sul piano emotivo, relazionale e creativo.

In questo modo la lettura non resta un momento isolato, ma diventa parte di un percorso didattico. La favola entra in classe, incontra i bambini, apre domande e poi continua a vivere attraverso il lavoro delle maestre.

Una mattinata che porterò con me

Ringrazio di cuore le Scuole Farlottine San Domenico di Bologna, le insegnanti presenti, i bambini delle due classi terze, Dalila, Tiziana e Carla. Un pensiero speciale va a Bimbo Tu che accompagna sempre questo viaggio bellissimo.

Ognuno, con la propria presenza, ha reso questa mattinata speciale.

Portare La Quercia d’Oro in classe significa per me tornare al senso più autentico di questo progetto: usare le storie per creare legami. Tra adulti e bambini. Tra scuola e famiglia. Tra immaginazione e realtà. Tra emozioni difficili e parole possibili.

Alla fine, forse, la Quercia d’Oro è proprio questo: un luogo immaginario nato da un’esperienza vera, che diventa spazio educativo per aiutare i bambini a riconoscere la propria luce.

Contenuti Correlati

Acquista copia del libro “La Quercia d’Oro e le creature del bosco magico”. Clicca qui e dona a Bimbo Tu.

Protected by Copyscape