Cosa sta cambiando davvero nelle nuove generazioni
Da oltre trent’anni lavoro con ragazzi, famiglie e professionisti accompagnandoli in percorsi di analisi e sviluppo delle attitudini. (scopri la mia professione di Consulente di Direzione Personale). In questo tempo ho osservato migliaia di storie diverse, ma negli ultimi anni un elemento è emerso con una forza sempre più evidente: la crescente fragilità dell’autostima, soprattutto nei più giovani.
Non parlo della normale insicurezza che accompagna alcune fasi della crescita. Quella è sempre esistita. Parlo di qualcosa di più profondo: la difficoltà nel costruire un senso di sé stabile, autonomo e resistente.
Sempre più ragazzi sembrano oscillare tra momenti di apparente sicurezza e improvvisi crolli interiori. Ragazzi intelligenti, sensibili, preparati, ma profondamente dipendenti dal giudizio esterno. Ragazzi che spesso non riescono a riconoscere il proprio valore senza una conferma continua proveniente dall’ambiente.
A un certo punto mi sono posto una domanda semplice, ma fondamentale:
Perché oggi è diventato così difficile costruire una autostima solida?
L’autostima non nasce nella mente. Nasce nella relazione.
L’autostima viene spesso raccontata come qualcosa che si “insegna” o che si costruisce attraverso frasi motivazionali, incoraggiamenti o successi personali. In realtà, il suo sviluppo inizia molto prima.
Prima ancora di pensarsi, il bambino si sente.
Si sente accolto oppure no. Si sente desiderato oppure tollerato. Si sente riconosciuto oppure invisibile.
Le prime relazioni della vita costruiscono la base emotiva su cui si formerà il senso del proprio valore. Lo hanno mostrato molti studi sullo sviluppo infantile, dalle ricerche di John Bowlby sull’attaccamento fino alle osservazioni di René Spitz sulla deprivazione affettiva. Un bambino non costruisce inizialmente la propria identità attraverso il pensiero, ma attraverso lo sguardo che riceve.
E questo cambia tutto.
Il bisogno più profondo: sentirsi esistere per qualcuno
Ogni essere umano ha bisogno di riconoscimento. Abbiamo bisogno di essere visti, ascoltati, considerati. Non per vanità, ma per esistere psicologicamente.
Quando questo riconoscimento manca, la persona può iniziare a cercarlo in modi alternativi, anche disfunzionali. A volte attraverso comportamenti provocatori, altre volte attraverso la continua ricerca di approvazione.
Qui nasce una delle grandi fragilità contemporanee. Perché oggi i ragazzi vivono immersi in un sistema che offre continuamente stimoli e conferme… ma spesso relazioni sempre più superficiali.
I social hanno cambiato il modo di costruire il valore personale
Per la prima volta nella storia, un adolescente può misurare il proprio “valore” attraverso numeri pubblici e immediati: like, visualizzazioni, follower, commenti.
Il problema non è la tecnologia in sé. Il problema nasce quando il riconoscimento esterno sostituisce quello interno. L’autostima si sposta così dall’esperienza alla percezione.
E quando il valore personale dipende continuamente dalla risposta dell’ambiente, diventa inevitabilmente fragile. Per questo molti ragazzi sembrano sicuri online e profondamente insicuri nella vita reale.
Stiamo proteggendo troppo?
Negli ultimi anni anche il modello educativo è cambiato profondamente. Molti adulti, spinti dall’amore e dal desiderio di proteggere, cercano di ridurre al minimo la frustrazione, il conflitto e la difficoltà. Il problema è che senza esperienza non si costruisce autostima.
L’autostima non nasce nell’assenza di ostacoli. Nasce nella relazione con essi. Un ragazzo sviluppa fiducia in sé stesso quando affronta qualcosa che teme, sbaglia, riprova e scopre di potercela fare.
Per questo esiste una differenza enorme tra: fallire in qualcosa e sentirsi un fallimento. La prima esperienza fa parte della crescita. La seconda distrugge identità.
L’illusione della sicurezza immediata
Viviamo in una società che tende a proporre scorciatoie: risultati rapidi, gratificazione immediata, conferme continue, esposizione costante. Anche l’intelligenza artificiale, se utilizzata passivamente, rischia di inserirsi dentro questa logica. Perché pensare richiede fatica. Richiede tempo. Richiede errori.
Ma è proprio attraversando questi passaggi che una persona costruisce la percezione di essere capace. Quando il processo viene eliminato e rimane solo il risultato, qualcosa si indebolisce. Non basta ottenere una risposta per sentirsi competenti: serve aver attraversato il percorso.
L’autostima non è una caratteristica. È una zona.
Nel mio lavoro utilizzo spesso un concetto che definisco “zona autostima”. Non penso all’autostima come a una qualità fissa, ma come a una condizione dinamica in cui le persone entrano ed escono. Ci sono momenti in cui ci sentiamo lucidi, efficaci, presenti. Altri in cui perdiamo chiarezza, energia e fiducia. Dentro questa zona esistono tre elementi fondamentali:
- consapevolezza
- accettazione
- efficacia percepita
Quando questi elementi si allineano, la persona riesce ad affrontare la realtà con maggiore equilibrio. Quando si spezzano, aumentano paura, dipendenza dal giudizio e senso di inadeguatezza.
Il vero problema non sono i social. È ciò che trovano.
I social, gli smartphone e l’intelligenza artificiale non creano automaticamente fragilità. Le amplificano.
Se un ragazzo possiede una base solida, può utilizzare questi strumenti senza dipenderne. Se invece la sua autostima è fragile, il rischio è che questi strumenti diventino una ricerca continua di conferme esterne. Ed è qui che il ruolo degli adulti torna centrale.
Educare oggi significa creare esperienze, non solo protezione
Non possiamo costruire l’autostima al posto dei ragazzi. Possiamo però creare le condizioni perché essa si sviluppi. Questo significa:
- presenza reale
- ascolto
- limiti chiari
- responsabilità
- possibilità di sbagliare senza essere umiliati
Educare non significa eliminare le difficoltà, secondo me significa accompagnare nell’attraversarle. Senza difficoltà e senza un confronto diretto con i risultati delle nostre azioni non è possibile pensare alla costruzione di un solida autostima.
Il Coleottero Alato
Nel mio libro La Quercia d’Oro e le creature del bosco magico esiste una favola che racconta molto bene questo concetto. Parla di un piccolo coleottero che ha le ali, ma non vola.
Non perché non possa farlo, ma perché ha paura.
La svolta non arriva quando qualcuno gli dice che è speciale. Arriva quando decide di provare.
Il primo volo è incerto. Imperfetto. Fragile.
Ma è proprio lì che nasce il cambiamento.
Perché l’autostima non nasce dalla sicurezza.
Nasce dall’esperienza.
Conclusione
Forse il problema più grande della nostra epoca non è che i ragazzi siano fragili. Forse il problema è che stanno crescendo in un contesto che rende sempre più difficile costruire una identità stabile, senza dipendere continuamente dallo sguardo esterno.
Per questo oggi educare significa qualcosa di più che trasmettere regole o competenze. Significa aiutare una persona a costruire una relazione sana con sé stessa.
E questa, probabilmente, è una delle responsabilità più importanti del nostro tempo.
Contenuti correlati
Scopri il libro La Quercia d’Oro e le creature del bosco magico. Clicca qui.
Leggi l’articolo Noi che entriamo ed usciamo dalla zona autostima. Clicca qui.



Commenti recenti