Categoria: Storie di un viaggiatore ignorante

I racconti dei miei viaggi “ignoranti” alla scoperta del mondo… vicino. In questi racconti cerco di trasferire il mio stupore per la scoperta di meraviglie e bellezze che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi e di cui non ci accorgiamo nemmeno.

Lettera a Francesco

Tempo stimato di lettura: 7 minuti

Ciao Francesco, ti scrivo per provare a capire perché la tua partenza mi abbia fatto così male. E perché, dopo tre giorni, ho cominciato a pensare che forse non te ne sei andato davvero.

Ciao Francesco,

“infilerò la penna ben dentro al mio orgoglio” di persona riservata, perché ti voglio raccontare di un’ondata d’amore mai vista.

Eh sì, mai vista prima. Abbiamo, è vero, perso tanti compagni di viaggio. Mi piace ricordare De André, Battiato, Claudio Lolli, per ricordare quelli in un ipotetico Dream Team, come lo avresti forse chiamato tu, con un linguaggio tra la via Emilia e il West. Ci mettiamo anche Dalla, anche se lo sentivi diverso da te, così estroverso, lontano dai tuoi silenzi.

E io sono ancora qui a chiedermi perché abbia versato lacrime, appena ho letto la notizia della tua partenza. Mi era capitato con Lucio, appunto. Con te è stato un dolore diverso, forse sono passati altri anni della vita, e allora ti scrivo per raccontarti i miei pensieri.

Non è soltanto il dolore per la scomparsa di un grande artista. È qualcosa di molto più intimo. Come se io e una moltitudine di persone avessimo perso contemporaneamente qualcuno che faceva parte della nostra storia personale.

Uno di noi.

Da quando te ne sei andato è cominciato un movimento d’amore che non accenna a diminuire. Grandi, tanti giovani (che speranza!), da Bologna e da ogni parte d’Italia. Vorrei trasferirti qui, ma sarebbe troppo lungo, i tanti messaggi sotto ai tuoi video su YouTube, la stampa tutta, trasversale — forse a te non sarebbe proprio piaciuta questa cosa… —, i social, i blog, le TV.

Mamma mia, Francesco, che cosa hai combinato?

Francesco Guccini

Francesco Guccini – I ricordi di tanta gente comune in via Paolo Fabbri 43 a Bologna

Leggo di tre fratelli che sono partiti da Potenza nel giorno del tuo funerale e, dopo ore di viaggio, stanchi, sono arrivati a Pàvana e si sono seduti su un muretto. Una storia meravigliosa che a te sarebbe piaciuta e forse ne avresti scritto delle parole da tramandare.

Forse è proprio questo che mi colpisce.

Ieri mattina la tua musica risuonava al Lido di Casalecchio mentre la gente prendeva il sole. Concerti improvvisati a Bologna, in Piazza Maggiore, in via Paolo Fabbri 43. E poi montagne di piccoli ricordi lasciati dalle persone: un fiasco di vino, dei fiori, biglietti, la tua storica locandina.

Uno di noi

Vinicio Capossela, uno dei tantissimi colleghi che in questi giorni ti hanno ricordato, ha scritto una cosa che mi ha fatto riflettere.

Quella tua storica locandina-manifesto, rimasta immutata negli anni, aveva fissato nell’immaginario di tutti noi l’immagine di Francesco Guccini. La stessa immagine che era la copertina di un disco dal titolo che era semplicemente un indirizzo: Via Paolo Fabbri 43. Il tuo indirizzo di casa, un album, una via diventata mito.

Ecco, qui trovo la prima ragione delle lacrime di queste ore.

Avevi dato a tutti l’indirizzo di casa. E forse, senza che ce ne rendessimo conto, anche questo aveva contribuito a farti diventare uno di noi. La differenza sta qui.

Eri uno di noi, non una star irraggiungibile. Non qualcuno da osservare da lontano. Sapevamo dove abitavi. Sapevamo dove trovarti. Prima in via Paolo Fabbri 43. Poi lassù, a Pàvana. E infatti a quelle porte hanno bussato in tanti. E tu, molto spesso, quelle porte le hai aperte.

Forse è anche per questo che in questi giorni vedo comparire ovunque fotografie di persone insieme a te che ti sono venute a trovare: disponibile, sorridente, qualche volta persino un po’ smarrito davanti a tutto quell’amore.

La montagna. Pavana.

La seconda ragione è la montagna. Pàvana.

Capossela usa un’immagine che mi ha colpito profondamente: il Maestrone come una divinità ritirata sull’Olimpo di Pàvana.

Io forse non ti ho mai pensato davvero come una divinità, piuttosto come un gigante che stava lassù tra quei monti che sono diventati, per me forestiero anche i miei. Uno di quei punti di riferimento che non hai bisogno di vedere ogni giorno per sapere che esistono.

Eri parte del paesaggio, ma anche di quel mio capitale semantico fatto di parole, musica, montagna, libertà, ironia, silenzi, amicizia.

Hai avuto il coraggio, a un certo punto, di dire Addio… a un certo tipo di vita e di ritornare là dove c’erano le tue Radici.

Eri là. E credo che lo fossi per tanti. Forse anche per quei tre fratelli che, nel giorno del tuo funerale, sono partiti da Potenza e, dopo ore di viaggio, sono arrivati a Pàvana. E non era la prima volta che venivano da te. Stanchi, si sono semplicemente seduti su un muretto.

Perché avevano bisogno di essere lì.

Anch’io sapevo che eri lassù. Tutte le volte che partivo all’alba per quelle montagne, sapevo che tu c’eri. Eri lì, dopo Porretta, dopo Ponte della Venturina, da qualche parte. Non importava vederti.

Salivo lungo la Porrettana, poi i boschi, i silenzi, le strade che conosco, il fiume Limentra di Amerigo, Sambuca e la ricerca dei funghi, una delle mie passioni.

La montagna, quella montagna che amavi anche tu. La riservatezza, i boschi, il silenzio. Sapere che tu, Francesco, eri lassù, in qualche modo, per me faceva parte del paesaggio.

Quante volte mi sono fermato con la macchina a Pàvana sperando di incontrarti. L’ultima volta che sono salito da quelle parti è stato appena quindici giorni fa. E anche questa sembra una di quelle coincidenze che oggi acquistano un significato diverso e che mi fanno emozionare.

Era l’alba. Ero con Martina, mia figlia. Partiti da Bologna, stavamo andando a funghi.

Tappa alla Foglia d’Oro di Marzabotto. Una panetteria, bar, pasticceria. Anche lei “d’Oro”, come la mia Quercia d’Oro. Un posto dove, mi raccontavano, ti fermavi spesso anche tu, gigante buono, e avevi una parola per tutti, per quelli che ti stringevano la mano e ti “rompevano” i maroni all’alba.

Quella mattina, mentre ripartivamo verso la montagna, dissi a Martina:

«Un giorno ti porto da Guccini e ci beviamo un bicchiere di vino con lui.»

Francesco Guccini

Martina e il suo primo fungo porcino. Appennino bolognese luglio 2026

Me la immaginavo già quella scena. Tu, lei, una chitarra, io che provo a parlarti del mio piccolo libro di favole nato proprio in Appennino, vicino a casa tua. Magari Martina che prova a strimpellare qualcosa e tu che ascolti. Sai anche lei scrive e canta e anche in quei giorni, tra quei boschi, si è fermata ad annotare parole e forse anche suoni.

«Invero, non abbiamo fatto in tempo», mi ha detto Martina, smarrita, al telefono il 6 agosto.

Una di quelle cose che continui a rimandare perché, in fondo, sei convinto che ci sarà tempo. Perché tu eri là. Sei sempre stato là.

No, non abbiamo fatto in tempo.

«Ma come, papi, non sapevi che era molto malato?»

No. Forse non volevo saperlo o forse, più semplicemente, pensavo fossi immortale, Francesco.

E allora adesso penso a quando tornerò a risalire la Porrettana. A quando, ancora una volta all’alba, prenderò la strada verso Marzabotto, Sambuca, il Limentra, i boschi e i miei funghi.

Sarà strano, perché per tanti anni, mentre salivo verso quelle montagne, ho sempre saputo che da qualche parte tu c’eri e ora forse mi sentirò un po’ più solo.

Poi ci penso e dico a me stesso: «O forse no.»

Forse hai semplicemente cambiato posto. O forse sei uscito un’ultima volta da quella casa, chiudendo dietro di te la porta verde, come Amerigo, e ti sei trasformato in qualcos’altro.

In uno di quei silenzi della montagna che amavi, nel rumore dell’acqua del Limentra, in una strada che sale dentro un bosco, in una canzone che improvvisamente parte mentre guido.

Francesco Guccini

Appennino Bolognese, uno scatto luglio 2026

E magari, quando tornerò lassù all’alba, scoprirò che sei ancora lì, solo un po’ più in alto, da qualche parte vicino alla mia Quercia d’Oro.

Da sempre

Sì, perché tu ci sei stato fin dalla mia adolescenza.

Avevo 12 anni quando una radio libera di Verona — all’epoca si chiamavano ancora così — chiese alla nostra scuola media di mandare uno studente per parlare del tema dei cantautori che stava esplodendo in quegli anni. Credo fosse il 1976.

E io, in mezz’ora di emozionata diretta, a 12 anni, con le cuffie in testa, in radio portai tre brani: Cantautore di Edoardo Bennato, Il vecchio e il bambino di Francesco Guccini, Un giudice di Fabrizio De André. E parlai del mio amore per le canzoni di quegli autori che mi tramettevano cultura, valori, integrità, ideali pensiero sul quale riflettere.

Il mio capitale semantico

In un altro articolo di questo blog, ho pubblicato un articolo dal titolo La lenta agonia del pensiero critico in cui parlo di capitale semantico.

Ecco, tu sei stato parte integrante del mio. Dell’insieme di esperienze e di cultura, di conoscenze e di storie che mi permette non solo di capire il mondo e me stesso, ma anche di costruire la mia esistenza e darle una direzione, incidendo su quello che mi circonda.

Hai dato valore alla mia storia personale.

Senza di te quel pensiero critico e profondo perde un altro pezzo fondamentale. Mai banale, sempre dolce, un po’ burbero come i montanari, ma colto e amante dei fumetti come me.

Bologna

Bologna, poi, è stata una scelta per me.

E non nego che oggi, ripensando alla scelta di venire qui nel lontano 1983, un peso importante lo abbiano avuto la creatività, la musica e la cultura che si respiravano in questo luogo che amo ancora oggi, anche se diverso.

Ci sono luoghi che non sono semplici osterie. Sono pezzi di vita.

Per me, l’Osteria da Vito è sempre stata questo: un posto dove Bologna respirava davvero. Quante sere finite tardi, quante risate, quante discussioni davanti a un piatto e a un bicchiere. Ci ho fatto anche due Capodanni e almeno quattro pranzi di laurea, tavolate di amici.

E ogni volta, entrando, quello scatto all’ingresso sembrava ricordarti chi aveva dato un’anima a questa città.

Oggi quella foto ha un significato diverso.

Te ne sei andato, ma restano le tue parole — l’amore per le parole e per l’etimologia è un’altra cosa che ci accomuna —, le tue canzoni e il privilegio di aver vissuto, anche solo per un frammento, quella Bologna autentica che tu hai saputo raccontare come pochi.

Volevo solo dirti che ci sei sempre stato e che, dopo tre giorni di tristezza, questa mattina, dopo aver sistemato i tuoi dischi, i tuoi libri e tutto quello che ho di te, ho capito che nel mio mondo continuerai ad esserci. Magari nel prossimo viaggio in montagna o sotto un portico o in un pranzo da Vito.

Non solo ma rigorosamente con tanti amici.

Brindo alla tua, Francesco.

Ciao, Paolo

www.laquerciadoro.it

La sera della notte prima

Tempo stimato di lettura: 3 minuti

Il rito  della preparazione e dell’attesa. C’è un momento che, per gli appassionati di funghi, ha quasi lo stesso sapore della partenza di una gara o dell’attesa di una finale: la sera della notte prima.
Non sei ancora nel bosco, ma la mente ci è già entrata. I pensieri iniziano a correre veloci, come se il raccolto fosse già lì ad aspettarti.

Il rito comincia con gesti semplici e antichi: controllare il cestino, il bastone, lo zaino. Sistemare le mappe, preparare le scarpe che domattina si infileranno quando fuori sarà ancora buio. È un momento di concentrazione e insieme di leggerezza, in cui l’immaginazione corre più veloce del sonno. Continua a leggere

A piedi nudi tra le stagioni: da Shinrin-Yoku a Barefoot Walking sullo Ionio

Tempo stimato di lettura: 4 minuti

Ogni stagione ha il suo passo. In autunno e inverno, il mio è quello lento e assorto dello Shinrin-Yoku — i “bagni nella foresta” giapponesi — tra il fruscio delle foglie e il respiro degli alberi. In estate, invece, il mio passo diventa leggero e salato: Barefoot Walking, le passeggiate a piedi nudi sulla sabbia e i bagni di sole, proprio come mi hanno insegnato i miei genitori quando ero bambino, qui sulle coste calabresi.
Questa volta il mio cammino estivo inizia qui, a Soverato, sulla costa ionica, dove l’alba veste di luce la spiaggia bianca e il mare sembra una promessa antica. Continua a leggere

Il viaggio interiore alla ricerca della mia centratura!

Tempo stimato di lettura: 4 minuti

Oggi compio 60 anni, chi l’avrebbe mai detto! Per festeggiare il compleanno, c’è chi corre maratone, chi scala montagne e chi, come me, ha intrapreso un viaggio interiore in Calabria. Un viaggio che mi ha riportato nei luoghi delle mie estati felici e della mia infanzia, alla ricerca di un equilibrio ancora più potente. In quei paesaggi che mi avevano visto crescere, ho ritrovato me stesso, ho fuso presente e passato. Sono partito per cercare la mia centratura, che è anche l’argomento di cui vorrei parlarvi in questo nuovo articolo.
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Il Balanced Lifestyle, la ricerca del buon equilibrio

Tempo stimato di lettura: 6 minuti

In alcuni articoli di questo blog e nei seminari, ho cercato di raccontare la ricerca del mio buon equilibrio. Con il passare degli anni, con obiettivi diversi dal passato, oggi più che mai, ho messo al primo posto la ricerca del buon equilibrio tra le mie aree personali, affettive, professionali e relazionali.

Anche in momenti di svago e di relax, tendo a mantenere costanti le attività che svolgo tutto l’anno. In questo racconto parlerò delle mie recentissime vacanze nelle Marche, a Senigallia, per mostrarvi, con esempi concreti, che cosa si intende per Balanced Lifestyle. Continua a leggere

Tra i boschi trovo me stesso – Parte Seconda

Tempo stimato di lettura: 4 minuti

Sono le 4.00. La mia sveglia suona. Tutto intorno a me è silenzio e io sono già sveglio da qualche minuto. In occasione di queste uscite, la sera prima non è mai facile prendere sonno, una strana eccitazione mista a concentrazione mi prende. Questa volta invece è andata meglio. Ho dormito come un bimbo e all’ora prevista ho già messo alle spalle qualche ora di buon riposo. I boschi mi aspettano.

Mi sono alzato alle 4.00 per essere sul posto alle 5.40 circa (dipende dalla stagione, però!), alle prime luci del giorno, calcolando sia il tempo di preparazione e il tragitto. Raccolgo le cose preparate la sera prima e che si trovano all’ingresso di casa, pronte ad essere caricate in auto. Si parte, finalmente. Continua a leggere

Tra i boschi trovo me stesso – Parte Prima

Tempo stimato di lettura: 4 minuti

Ora che è tornato il freddo e fuori piove, in questo sabato mattina di maggio, mi ritrovo solo a guardare fuori dalla finestra di casa. Il ricordo dei tanti viaggi fatti da maggio a settembre su e giù per i miei amati Appennini Bolognesi mi assale. Quanta bellezza, che formidabile recupero di energie, quante idee, anche lavorative, nate di fronte allo spettacolo della natura, nel silenzio dei boschi e delle foreste appenniniche!

Nella mia agenda personale non può mai mancare un momento di meditazione personale. Da anni mi prendo il tempo di fare relax e recupero energie tra le foreste e i boschi italiani, in particolare quelli vicino alla mia città, Bologna. Senza dimenticare le mie passioni, i miei hobbies, come quello di ricercare funghi per un buon risotto da cucinare al rientro a casa.

In questo racconto, spero di trasferirvi almeno una piccola parte delle infinite emozioni che provo ogni volta che decido di partire. Da solo, per cercare un po’ me stesso e farmi trovare dai miei amati funghi….perché diciamolo, senza anticipare nulla, sono loro che trovano me e non viceversa…

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Dentro e fuori le mura in bicicletta

Tempo stimato di lettura: 6 minuti

Sto recuperando dal mio infortunio e mordo il freno per tornare a giocare a padel. Oramai sono fermo da 10 giorni. Seguo una tabella da pensionato ma capisco che è giusto modulare abitudini alimentari e atletiche. I progressi mi incoraggiano, mi illudo di essere quasi pronto: d’altronde è il primo infortunio che subisco e sto facendo una nuova esperienza.

Frenato dai medici e dal coach, devo cambiare i miei programmi e per una serie di circostanze, anche casuali, mi sono ritrovato a riscoprire uno dei miei viaggi ignoranti preferiti: il city biking o MTB (mountain bike) city biking, il viaggio in bicicletta attraverso la città, le sue bellezze, i monumenti e l’osservazione del genere umano visto dalle due ruote.

Questo racconto è dedicato a tutti coloro che amano la bicicletta, i centri storici, le piste ciclabili e… i “viaggetti ignoranti”, quelli che non programmi, che organizzi all’ultimo momento ma che ti danno emozioni inattese. Continua a leggere

Il viaggiatore ignorante

Tempo stimato di lettura: 4 minuti

Mi definisco un viaggiatore ignorante. All’improvviso mi muovo e, spinto dall’istinto, mi dirigo verso mete apparentemente banali ma che risultano essere poi spesso sorprendenti. Faccio un lavoro, HR Manager e formatore, che mi porta ogni giorno, da quasi trent’anni, a parlare con persone diverse, ad entrare nella vita degli altri, con un grande dispendio di energie.

Per un periodo ho pagato un prezzo alto a questo transfert, poi ho imparato a gestirlo e a staccare. Come? Ritagliandomi spazi che chiamo sportivi, atletici ma anche meditativi. La natura, i funghi, i silenzi interminabili dove sono solo con me stesso e con i rumori del bosco.

Era il 12 luglio 2017 quando questo articolo uscì nel mio piccolo gruppo Facebook In Viaggio senza aereo, un piccolo gruppo di slow tourism (ancora esistente: per richiedere l’iscrizione cliccate qui). Avevo da poco intrapreso la mia riabilitazione post malattia (Leggi qui). Mi ero trasferito sugli Appennini ed ero curioso di scoprire il territorio circostante.  L’ho ripreso e l’ho riadattato, inserendolo come primo articolo nella nuova categoria di post che si chiamerà Storie di un viaggiatore ignorante. Descrive molto bene il senso del viaggio e la mia filosofia verso la scoperta del nuovo e del bello a due passi da casa.

“Il vero viaggiatore è ignorante. Il turista è informato, molto informato. Lo scopo, il fine sono diversi e opposti. Il viaggiatore si lascia trasportare dalla voglia di conoscere, capire e si esalta nell’imprevisto, il turista si arrabbia nell’imprevisto.
Questo è il racconto che meglio rappresenta il mio spirito nel viaggio: la casualità.

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