Cercherò di ricordare Alex Zanardi come faccio di solito, con qualche aneddoto personale e qualche ricordo. E mi scuso se qualche dettaglio magari sarà sfuocato, dopo oltre trent’anni.
Subito mi viene in mente questa riflessione. D’ora in poi chi avrà il coraggio di provare a raccontarsela? Quando ascolti una frase come “Non pensare a ciò che ti manca. Chiediti cosa puoi fare con ciò che ti resta” la cultura degli alibi muore davvero in quel momento. Ogni scusa appare ridicola, inutile e fuori dal tempo.
Ho aspettato due giorni prima di scrivere
Ho aspettato due giorni prima di scrivere questo articolo. Davanti alla morte di Alex Zanardi, avvenuta il Primo Maggio 2026, ogni parola rischia di sembrare inutile, soprattutto in giorni in cui tutto è già stato detto, raccontato, celebrato.
Eppure sentivo che non potevo limitarmi a leggere. Dovevo fermarmi, pensare e poi provare a scrivere. Non un ricordo qualunque, ma una riflessione che potesse entrare anche in aula, anche nelle vite dei tanti ragazzi che incontro ogni giorni nei miei seminari, nelle mie docenze a scuola o in azienda.
Il Primo Maggio, un filo che torna
Il Primo Maggio, per me, non è una data neutra. È lo stesso giorno in cui, nel 1994, moriva a Bologna Ayrton Senna. Quel giorno io ero in via Irnerio e quella scena è rimasta dentro di me,
Ne ho scritto tempo fa in un articolo a cui sono molto legato:
👉 https://www.lamentalitasportiva.it/la-foto-con-ayrton-senna-che-non-ho-mai-piu-ritrovato/
Quando ho saputo della morte di Zanardi, il primo pensiero è tornato lì. Due storie diverse, due uomini diversi, ma un filo emotivo che, per me, si chiude nello stesso giorno.
1993: io c’ero su quel charter
Nel 1993 ero un ragazzo che stava muovendo i primi passi nel mondo della comunicazione.
Quell’esperienza, tra l’altro, era iniziata dopo uno dei miei primi colloqui “disastrosi”, che ho raccontato qui:
👉 https://www.lamentalitasportiva.it/il-mio-primo-disastroso-colloquio-da-candidato/
Facevo parte del team e dell’agenzia stampa che si occupava dei voli charter per i Gran Premi europei di Formula 1. Ero lì per imparare, per osservare, per capire come funzionava davvero quel mondo.
E quella sera ero su quel volo di ritorno da Girona, dopo il Gran Premio della Catalogna, a Barcellona. Un volo come tanti, pieno di giornalisti e addetti ai lavori, con i racconti della gara che si intrecciavano tra un sedile e l’altro. Senza saperlo, stavo assistendo a una scena che anni dopo sarebbe diventata un racconto.
“Digli che deve andare più forte”
Durante il Gran Premio di Spagna del 1993, sul circuito di Barcellona, Senna doppiò Zanardi. Una gara complicata per Zanardi, un episodio di pista come tanti. Ma quello che accadde dopo, su quel volo, è ciò che mi è rimasto davvero dentro.
Il giornalista Leo Turrini raccontò a Zanardi che Senna si era lamentato per il modo in cui era stato gestito quel doppiaggio. Zanardi ascoltò e poi, sorridendo, rispose: “La prossima volta digli che deve andare più forte”.
Sul momento fu una battuta, una risata, una di quelle frasi che scorrono via. Ma non era solo quello.
Il suo modo guascone di non farsi schiacciare
Quella risposta non era solo ironia. Era il suo modo guascone, profondamente emiliano, di sdrammatizzare ogni cosa, ma non per prenderla alla leggera. Per non farsi schiacciare.
In un mondo dove è facile trovare giustificazioni e spiegare perché qualcosa non ha funzionato, lui faceva un’altra cosa: alleggeriva e poi andava avanti, senza alibi. Oggi, rileggendo quella scena con gli occhi del formatore, mi accorgo che quella non era solo una battuta. Era già una lezione.
Il testimonial che non sono mai riuscito a portare in aula
Negli anni Alex Zanardi è diventato per me molto più di un pilota. È diventato un riferimento. Per questo, nel mio ruolo di Responsabile della Scuola di Formazione del Gruppo Immobiliare San Pietro, avevo iniziato a pensare a lui come possibile testimonial da portare in azienda. Nel progetto San Pietro lavoriamo molto sulla cultura degli alibi, è uno stile di vita e un modo responsabile di affrontare la quotidianità.
Volevo portarlo in aula, far raccontare direttamente da lui cosa significa affrontare la vita senza alibi. Poi, nel giugno del 2020, il secondo incidente. Da quel momento non è stato più possibile. Questo è uno di quei piccoli grandi rimpianti professionali che restano.
La lezione più difficile: causa-effetto
In questi giorni ho letto e ascoltato tante testimonianze, tutte vere e intense. Ma se devo portare una sola cosa in aula pensando a lui, è il principio di causa-effetto.
“Non pensare a ciò che ti manca. Chiediti cosa puoi fare con ciò che ti resta”.
Dopo il 2001, Zanardi avrebbe potuto avere qualsiasi alibi: il dolore, la perdita, l’ingiustizia. E invece ha fatto una scelta diversa. Non ha negato la realtà e non l’ha addolcita. L’ha accettata e ha deciso cosa farne.
Dove finiscono gli alibi
Spesso, quando parlo di crescita personale o professionale, incontro una dinamica ricorrente: le persone spiegano, giustificano, raccontano perché non è stato possibile. Zanardi, invece, rappresenta il punto esatto in cui tutto questo finisce.
Non perché la vita sia giusta e non perché sia facile, ma perché, anche quando perdi quasi tutto, qualcosa resta sempre. Ed è lì, in quel “qualcosa”, che ricomincia la responsabilità.
Una domanda da portare in aula
Non credo che il senso di questo articolo sia celebrare un eroe anche se per me lo è stato e sono certo che gli piacesse sentirsi definire così. Quello che mi interessa davvero è portare una domanda, una domanda scomoda ma necessaria:
Qual è l’alibi che sto usando oggi per non fare il prossimo passo?
Perché forse la lezione più grande che ci lascia Alex Zanardi non è che tutto si può superare, ma che, anche quando non puoi cambiare quello che è successo, puoi sempre scegliere cosa farne.
Se il tema degli alibi vi interessa, nei miei percorsi scolastici e formativi lavoro proprio su questo: trasformare gli alibi in una direzione opposta. Scrivetemi, avrò sempre una grande gioia nel rispondervi.
Contenuti Correlati
Video testimonianza Leo Turrini su 9 maggio 1993. Clicca qui.
Foto Alex Zanardi



Commenti recenti